Che il termine Telemedicina vada molto di moda è ormai una dato di fatto. Di per sé la parola “Telemedicina” è un grande contenitore che viene utilizzata in un gran numero di occasioni, spesso con cognizione di causa, talvolta a sproposito.
In molti ne parlano: molti con entusiasmo, alcuni con sospetto, altri con dichiarata diffidenza.
In bocca ad un politico il termine “telemedicina” assume un sapore e un fascino tutto particolare; un uomo pubblico che parla di telemedicina è un uomo moderno che sa guardare al futuro, che sa programmare, che ha grandi idee.
In bocca ad un anziano il termine “telemedicina” può indurre a pensare ad una fiction televisiva del tipo “un medico in famiglia”.
Ma, se dobbiamo essere onesti, è anche vero che la parola “telemedicina” talvolta non è molto in auge neanche tra gli addetti ai lavori.
Da medico ospedaliero non posso nascondere un certo imbarazzo quando, nel presentarmi ad altri colleghi, dico che sono il responsabile di un servizio di Telemedicina. “E che è?” mi viene chiesto con un pizzico di stupore e con una buona dose di sufficienza…
Dalle colonne di questa testata non è il caso di sottolineare le potenzialità dei servizi di telemedicina, ma vorrei soltanto soffermarmi su di un fenomeno che, purtroppo, ho rinvenuto non proprio raramente nel grande contenitore della telemedicina.
Mi riferisco alla brutta abitudine, tutta italiana, di pubblicizzare progetti di telemedicina che esistono a malapena solo sulla carta. In genere questo tipo di proclami oltre a trasformarsi prima o poi in un vero e proprio boomerang mediatico, hanno anche l’effetto collaterale di gettare nuove ombre e diffidenze sul termine telemedicina.
Mi riferisco ai non pochi progetti annunciati da autorevoli personaggi del mondo accademico e politico con comunicati stampa, convegni, e proclami pubblici di vario genere che poi, dopo qualche tempo, si sono rivelati un vero flop.
Del fenomeno se ne occupò un annetto fa anche “Striscia la notizia”: servizi di telemedicina su ruote durati il tempo di una inaugurazione, e mai messi esercizio. Ma anche altri media hanno recentemente acceso i riflettori su società di Telemedicina fantasma e servizi, annunciati, finanziati, e mai realizzati. Talvolta, fortunatamente caso unico, si è arrivati ad usare la parola “telemedicina” per realizzate una vera e propria truffa come è stato denunciato in un comunicato della CGIL, qualche tempo fa.
Inutile riportare altri esempi, ma ciò che dispiace è che, inevitabilmente, i fatti citati mettono in cattiva luce le potenzialità e l’onestà dei tanti servizi di telemedicina che lavorano da anni, magari in silenzio, con ottimi risultati.
Sia ben chiaro, il fallimento di alcuni progetti, non è assolutamente da aggiudicare alla malafede. So bene che le difficoltà sono tante ed oggettive. Forse è più il caso di parlare di ingenuità o, più banalmente, di una certa miopia che, talvolta, annebbia la realtà.
Per realizzare un servizio di telemedicina non c’è bisogno di inventarsi niente di nuovo: basterebbe guardarsi intorno, utilizzare e potenziare i servizi che già ci sono, collaborare con le realtà territoriali esistenti. E di realtà di telemedicina funzionanti, nonostante la disattenzione di alcune Regioni, ce ne sono.
E invece, in modo inspiegabile, talvolta non si tiene conto di quello che già c’è e si vuole riiniziare tutto da capo.
E’ come se per mangiare della frutta fresca non ci fosse altro modo che investire 100.000 euro per comprare un terreno, coltivarlo, piantare degli alberi, attendere il mese propizio… e poi magari avere della frutta bacata perché il contadino era esperto solo di ortaggi.
Certo ognuno è libero di fare ciò che vuole ma tale miopia, che non ci fa accorgere che magari proprio di fronte al proprio uscio di casa c’è una bancarella che vende frutta freschissima a un euro al chilo, non è senza conseguenze.
Troppo spesso in Italia si moltiplicano progetti simili, con un enorme spreco di risorse, di energie. Ognuno coltiva il proprio orticello, credendolo migliore degli altri.
Ma non basta il terreno, non basta il contadino, non basta la pioggia: ci vuole esperienza, professionalità; qualità che non si improvvisano.
Realizzare un servizio di teleconsulto, di telediagnosi, di telemonitoraggio, di telesoccorso è qualcosa anche di complicato, che deve tener conto di diversi fattori.
Quello che soprattutto manca, non è tanto la soluzione tecnologica: l’industria su questo è molto avanti e le soluzioni proposte sono molte, forse anche troppe.
Quello che manca è un pensiero nuovo sul tipo di servizio che si vuole offrire.
Quello che manca è un percorso sanitario diverso che sappia progettare un modello di sanità leggera più attenta ai bisogni dei cittadini.
Spesso, quello che manca in questi progetti ultratecnologici, è il personale sanitario che deve essere un personale dedicato. Non si può pretendere che un Medico di Medicina Generale, un Medico Ospedaliero o un Infermiere di corsia segua dei pazienti in telemedicina e contemporaneamente si continui ad occupare anche del suo normale lavoro di routine. Si calcola che ogni paziente in telemonitoraggio deve essere controllato per almeno 8 minuti al giorno dai sanitari.
Talvolta il fallimento di alcuni programmi di telemedicina è dovuto proprio all’essersi concentrati solo ed esclusivamente sulla soluzione tecnologica ed aver tralasciato le risorse umane da dedicare al progetto.
Fortunatamente nel grande contenitore della telemedicina c’è ancora molto spazio.
L’Italia è piena di “best practice” e di eccellenze.
Forse il problema è sempre lo stesso. Manca una regia, un coordinamento nazionale che vada al di là delle tante sigle di società di telemedicina che talvolta, in maniera puerile, si fanno la guerra l’una con l’altra. Ancora una volta auspichiamo che un’entità “super partes” impugni le redini della Telemedicina Italiana e sappia dare direttive e indicazioni certe. Che sia il Ministero della Salute?
A cura di Michelangelo Bartolo, Responsabile Telemedicina Azienda Ospedaliera San Giovanni Addolorata
E' possibile leggere l'articolo completo sul
numero 3 della rivista
e-HealthCare